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UNA VECCHIA STORIA

 

Risalgono alla fine del 1400 i documenti che parlano della pratica del canto corale a Bosa. In quanto Città Reale e sede vescovile, Bosa aveva una Cattedrale e una Cappella corale, con un maestro e con precisi impegni esecutivi nel corso dell’anno liturgico. Il canto corale, nel corso dell’età spagnola, si è mantenuto in città non solo come accompagnamento alla liturgia, ma è anche uscito dalle chiese per prestarsi a dare voce alle gioie e ai dolori della vita quotidiana. Il Coro di Bosa è nato così: e chi ne ascolta con attenzione le melodie e quella particolare “timbrica”, riconoscerà  –anche se il tempo ne ha un po’ scompaginato i tratti-  le sue radici nella monodia gregoriana, nel corale bizantino, gli influssi arabi e successivamente ispanici. Il Coro di Bosa canta a traggiu. Non si sa cosa significhi con esattezza questa espressione. Potrebbe voler dire, come suggerisce M. L. Wagner, “ in bel modo”, con “bella maniera” («unu bellu traggiu») ; ma potrebbe anche derivare dal comune “trazzare”, trascinare. Un’altra suggestiva ipotesi vorrebbe far derivare l’espressione dal canto del τράγω, il canto del caprone, che accompagnava e caratterizzava l’antichissima tragedia classica. Insomma, l’origine di questi canti va di pari passo con l’origine della nostra storia di isolani, e la accompagna tutta. Dal punto di vista musicale il coro si è sforzato di mantenere inalterata la struttura, l’andamento e la modalità di esecuzione degli antichi canti. Essi sono intonati dal basso o dal tenore, che cantano in ottava l’uno rispetto all’altro. A essi è affidata “sa pesada”. Seguono poi gli altri coristi con la classica entrata “a strati”: sa contra, che canta una quinta giusta sul basso, su tenore (detto anche sa oghe), che canta nell’ottava superiore al basso e su contraltu (sa oghe de sopranu) che canta una terza sopra il tenore. Questa era la struttura del coro di Bosa, e questa è rimasta nei secoli. Il repertorio dei canti del Coro di Bosa è piuttosto ampio. Spiccano, per la bellezza della costruzione armonica, s’estudiantina, sa massaggina, il “Vocione” (oghe longa) e le varie ottavas tristas . Altri canti atipici del repertorio del coro bosano come Bosa resuscitada e Gibildrì, gibildrò, sono ormai conosciuti dagli estimatori del canto corale di tutta l’Isola. Interessantissimo, e molto particolare, è il repertorio dei canti sacri e paraliturgici che il Coro esegue: dall’intenso Stabat mater, che ha passaggi armonici tanto arditi quanto suggestivi, al complesso e molto impegnativo Miserere. Sempre nell’ambito della settimana di Passione si segnalano, oltre al responsorio Gesus Santu Salvadore, anche il canto a voci allineate Cristos tres annos. Natalizi e beneaugurati, invece, il A su nascher de Gesus, e il canto della notte di San Silvestro: E bona notte e bon’annu. Del coro di Bosa si sono occupati musicisti e musicologi ormai di quattro o cinque generazioni: si va dagli studi tardo-ottocenteschi di Gavino Gabriel a quelli di Nicola Valle e Michele Scarfò, di Clara Gallini, Diego Carpitella, di Maria Margherita Satta, per venire, da ultimo, ai contributi del più importante etnomusicologo sardo della seconda metà del Novecento, Pietro Sassu, che ha dedicato a Bosa e ai suoi canti uno studio attento e continuo. La regista danese Olla Rasmussen ha posto il Coro di Bosa al centro di un lungometraggio che ha ottenuto un vasto consenso di pubblico e di critica e una imponente presentazione a Copenaghen, nel 1998. Il coro di Bosa ha cantato in tutte le importanti piazze sarde, in moltissime sale nazionali (Torino, Milano, Roma) e in diverse importanti sedi europee (Copenaghen, Lion, Metz, Mons) comparendo alla televisione francese Antenne 2 e nei programmi della radiotelevisione nazionale del Belgio.

Ha inciso per varie marche, tra le quali, già dalla metà degli anni ’60, quella della RAI radiotelevisione italiana.

 
 
  

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